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domenica 29 marzo 2026

 



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giovedì 26 marzo 2026

 



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Casalino Pierluigi

 



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domenica 22 marzo 2026

 



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Casalino Pierluigi

 



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A paper published by a member of the Enviromental Health and Disease Control department at Jomo Kenyatta University of Agriculture and Technology mentions the name "P. Casalino".



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Aspettando Sanremo 2026

 


L' eco della manifestazione di apertura dei giochi olimpici della neve di Milano-Cortina non si è ancora spento, mentre le gare hanno preso il via tra le solite propagande distruttive anti italiane ed anti occidentali, ma forse anche ciò fa spettacolo. E  già si annuncia l'evento festivaliero di Sanremo al limite del nervous breackdown con gli stereotipi degli inni a Gaza, dimenticando ipocritamente le vittime della repressione in Iran solo perché bisogna criticare l'Occidente per partito preso, l'Occidente che ci lascia criticare. Un Festival che tra fiori, canzoni e polemiche irrinunciabili rinnova il mito del Pianeta Italia e delle sue proiezioni nell'Orbe terracqueo. E sarà ancora il modello di Festival, l'ultimo di Carlo Conti, che ricorda il suo inventore Pippo Baudo e lo celebrerà nella memoria di tutti coloro che hanno scritto la storia, dalla sua prima edizione, della più importante kermesse canora del Bel Paese e forse dell' Universo Mondo. Avversato dai francesi perché troppo concorrenziale all'appeal della vicina Costa Azzurra, spiato dagli agenti dell'est sovietico per il timore di influenze liberali nel corpus dei dispotismi orientali, osannato e vituperato al tempo stesso dagli aristarchi della carta stampata e poi esaltato nelle sempre più liquide giornate dell'era digitale che snatura ed appiattisce le meningi come nuova Torre di Babele o nuova Atlantide,  Sanremo è Sanremo, è sempre Sanremo. Sanremo resta luce ed ombra di una provincia che cerca sempre di risorgere e di liberarsi dal suo isolamento anche grazie agli effetti speciali delle manifestazioni della Città dei Fiori, dalle quattro ruote alle ugole. Ed anche questa è storia, la storia della provincia di Imperia, la provincia che riesce a regalare gli ⁹spettacoli del cuore. febbraio 2026

Casalino Pierluigi 


Oneglia e Porto Maurizio e l' eco della caduta di Costantinopoli

 




Nel 1453 Costantinopoli cade per mano dei Turchi Ottomani. Dopo questa conquista, l’Impero della Mezzaluna turca si afferma a poco a poco come potenza egemone nel Mediterraneo, attraverso il controllo delle coste orientali e soprattutto di quelle nordafricane, la zona che allora veniva chiamata appunto Barberia, termine che evoca le popolazioni berbere di quelle parti, ma anche la barbarie delle incursioni che di là venivano lanciate verso le coste dell'Europa meridionale, in particolare dell' Italia è soprattutto della Liguria.

Dominava allora Solimano I detto il Magnifico:

Obbiettivo del Sultano non era solo di espandere i propri territori, ma anche di diffondere l’Islam e colpire la Cristianità, in una sorta di guerra santa permanente.Proprio Tripoli, Tunisi e Algeri erano diventate il covo e il punto di partenza privilegiato delle navi dei pirati barbareschi che, con il benestare del governatore locale, seminavano il panico in mare e in terra. Oltre a ricevere quote di bottino dalle scorrerie, l’Impero Ottomano otteneva numerosi vantaggi indiretti: indebolire le economie europee, danneggiare luoghi di culto cristiani, mantenere nel terrore le popolazioni.

Tra fila della marina turca era sempre più difficile distinguere tra le navi pirata e le navi da guerra vere e proprie: spesso gli abilissimi capitani delle prime diventano poi ammiragli delle seconde facendo una rapida e sfolgorante carriera. Non pochi di questi personaggi erano rinnegati cristiani o prigionieri catturati durante gli attacchi alle coste italiane. I pirati barbareschi (da non confondere con i più antichi pirati saraceni, anch'essi musulmani, attivi nei secoli precedenti), di solito attaccavano di notte e soltanto durante la bella stagione, preferendo utilizzare imbarcazioni veloci e relativamente leggere che mal sopportavano il mare grosso.vSpesso navigano intorno alla Sicilia, altre volte passavano direttamente attraverso lo stretto di Messina, iniziando poi con il saccheggio delle coste del Tirreno meridionale. Risalendo lo stivale, arrivavano infine al mar Ligure, stando attenti ad evitare la potente Genova.Un’altra rotta possibile, resa appetibile dai molti punti di rifugio, era quella lungo le coste di Sardegna e Corsica. Le incursioni avevano come obbiettivo non solo il saccheggio ma soprattutto, elemento ancora più penoso, il rapimento di persone da ridurre in schiavitù e da usare per chiedere riscatti.I pirati barbareschi amavano colpire i paesi costieri all’alba o durante la notte, per sorprendere i locali nel sonno.L’addestramento militare consentiva loro di essere rapidi ed efficaci anche nell’oscurità; spesso calava dalle navi anche un migliaio di uomini che sapevano muoversi in modo organizzato e si spingevano senza problemi anche per diversi chilometri nell’entroterra.Le cronache parlano di numeri spaventosi, paesi interi decimati in poche ore e ridotti a villaggi fantasma: solo qualche esempio per dare l’idea delle dimensioni di questo vero e proprio flagello: nel 1546, a Laigueglia, i pirati prelevano 250 persone su una popolazione di circa 350; nel 1551, a Riva Ligure, rapiscono quasi tutti gli abitanti; nel 1637, periodo di relativo esaurimento del fenomeno, 340 persone vengono deportate da Finale Ligure e una ventina uccise sul posto, terribile, da ricordare, anche l'attacco a Ceriale nel 1637. Oneglia e Porto Maurizio non furono esenti dal flagello, anzi vennero attaccate ripetutamente: sia durante la comune influenza genovese e sia più tardi quando furono separate dal passaggio di Oneglia ai Savoia. Nei paesi poco protetti avvistare una flotta corsara significava dover fuggire, spesso la gente doveva abbandonare, oltre ai pochi beni materiali, le persone malate e gli anziani, ben sapendo di lasciarli a morte certa perché inutili al lavoro o al riscatto.Quando si sentivano particolarmente sicuri, i pirati si fermavano addirittura sulle spiagge prima di ripartire, aspettando eventuali familiari decisi a trattare subito i riscatti. Più spesso gettavano l’ancora a poca distanza dalla costa issando una bandiera nera che segnalava la loro intenzione di effettuare le eventuali transazioni a bordo, nel rispetto degli intermediari.Chi non poteva pagare veniva portato schiavo in Africa e del suo riscatto si sarebbe trattato in seguito, anche dopo molti anni. La loro prima destinazione erano i cosiddetti bagni, non certo località termali ma terribili luoghi di detenzione di massa in cui sopravvivere era impresa ardua.Scarsità di cibo, totale mancanza di igiene e ogni genere di maltrattamento da parte dei carcerieri erano all’ordine del giorno.In particolare i detenuti venivano quotidianamente minacciati o picchiati per indurli ad abiurare la fede cristiana.I più fortunati, se avevano le competenze per eseguire lavori particolari, potevano essere utilizzati fuori dai bagni come schiavi. Per tutti le condizioni erano critiche, chi non moriva di stenti veniva portato via dalle numerose epidemie.Per sfuggire a questo stato penoso, le possibilità erano due: venire riscattati o, come abbiamo detto, decidersi ad abiurare la fede cristiana. Anche in un epoca non totalmente globalizzata come oggi, si riusciva in ogni caso a comunicare tra i due continenti, seppure con molta lentezza, per organizzare i riscatti. A muoversi erano in primis ovviamente le famiglie ma non mancava mai il supporto dell’intero paese con punto di riferimento la parrocchia.Tramite raccolte, elemosine ma anche lasciti testamentari, venivano con fatica raccolte le somme necessarie. Di solito erano i membri delle Confraternite, formatesi in quel periodo, che ricoprivano un ruolo sia economico che negoziale molto importante proprio nell’ambito della liberazione dei rapiti. Spesso partivano per l’Africa direttamente i parenti dei malcapitati, ma frequentemente era necessario rivolgersi a intermediari. E’ inutile dire che le operazioni di riscatto per loro natura erano difficili, non proprio transazioni tra gentiluomini insomma. Il giro di denaro era elevato ed era facile mettersi nelle mani sbagliate, finendo per perdere i soldi o non riuscire a liberare il familiare detenuto.

Le cronache dei riscatti raccontano che molte volte venivano riportati in Africa prigionieri turchi: circostanza questa quindi che dimostra che anche gli europei non erano estranei alla pratica del rapimento che però di solito avveniva sul mare, cioè senza sbarchi, data la situazione conflittuale con la Sublime Porta e i suoi satelliti.Sarebbe opportuno uscire dalla logica buono-cattivo: anche gli europei praticavano la pirateria ai danni dei musulmani anche se l’argomento ovviamente non è mai stato molto affrontato dagli studiosi, se pure l' Occidente agiva specialmente per legittima difesa. Di sicuro molte navi europee facevano la “corsa” contro navi mercantili turche cioè, come detto prima, le attaccavano in mare.I religiosi, soprattutto frati, svolgevano un ruolo fondamentale nell’alleviare le sofferenze dei reclusi. Venivano infatti organizzate vere e proprie missioni umanitarie più o meno tollerate dai Barbareschi, che servivano anche ad informare le comunità della situazione dei prigionieri. Di solito non si occupavano direttamente di riscatti, ma se era necessario svolgevano anche il compito di intermediari.La Repubblica di Genova inizio' ad interessarsi di questa problematica solo verso la fine del ‘500 (analogamente, si adoperarono, dopo il 1576, pure le autorità sabaude per Oneglia ed per gli altri piccoli centri liguri sotto la giurisdizione piemontese), chiedendo ai vari paesi di fornire elenchi degli schiavi deportati e istituendo la figura del Magistrato per il riscatto degli schiavi, che controllava le trattative e cercava di farsi carico dei casi dei più disperati che non avevano soldi o parenti. Non solo gli Onegliesi e i Portorini malcapitati, uomini e donne, incontrarono grosse difficoltà ad essere riscattati. Si registrò pure il  caso di un genovese e di un portorino, convertiti all' Islam, che si resero complici di scorrerie, violenze, saccheggi ed uccisioni contro i loro stessi ex fratelli liguri. Questi due personaggi furono ad un certo momento catturati, riconosciuti e giustiziati. Chi non veniva riscattato aveva forse solo un’altra possibilità di sopravvivere, una scelta spesso difficile. Dopo anni di torture sia fisiche che psicologiche, perse le speranze di essere riscattati, molti finivano per diventare musulmani. Oltre a porre termine alle proprie sofferenze, chi decideva di  rinnegare la fede cristiana  otteneva grandi vantaggi. Dopo la conversione il prigioniero diventava membro della nuova comunità a tutti gli effetti ed aveva la possibilità di conseguire, se ne aveva le capacità, a qualsiasi posizione sociale.Un rampollo della famiglia Doria, catturato dai turchi, divenne un loro visir. Altri rinnegati ricoprirono ruoli rilevanti nel condurre scorrerie sulle coste liguri e italiane. La società musulmana rispetto a quella cristiana, soprattutto cattolica, era estremamente meritocratica e poco gerarchizzata: chi dimostrava il proprio valore non aveva limiti. Purtroppo però, il passaggio da prigioniero a “cittadino” turco comportava quasi sempre un penoso tradimento verso la propria vita passata. Il convertito doveva dunque dare una dimostrazione di buona fede che solitamente consisteva nel guidare o partecipare a qualche incursione contro le terre d’origine.La grande organizzazione di cui i Barbareschi davano prova durante le loro sciagurate imprese era dovuta anche alle preziose informazioni date dai rinnegati, che conoscevano i litorali, gli approdi e il territorio. Le comunità costiere si organizzavano per difendersi dagli attacchi,  ma non sempre riuscivano ad opporsi in maniera efficace. Ovviamente fin dall’inizio si era cercato di correre ai ripari, ma le difficoltà erano notevoli. Genova veniva evitata dai pirati per la sua potenza navale: inizialmente la Superba si limitava a controllare solo i punti strategici dei propri domini, senza curarsi troppo delle sorti sia del Tirreno che delle sue dirette dipendenze liguri.Dopo il 1540, tra l’altro, la situazione era peggiorata a causa dell’intesa tra la Francia e l’Impero Ottomano, in funzione anti-spagnola.Tutto questo accadeva mentre il genovese Andrea Doria era schierato molto più a ovest a proteggere i suoi datori di lavoro spagnoli in qualità di ammiraglio imperiale.Aldilà di questo evento incredibile, più di guerra che di pirateria, gli approdi francesi in base a questa alleanza erano diventati una sorta di porto franco per i Barbareschi che negli anni seguenti, dopo aver saccheggiato la Liguria,  spesso lì. Genova dopo questo episodio inizia a muoversi con ó decisione, ma vie inne fatto molto meno del necessario. Si promuoveva un pattugliamento in mare che dopo meta del ‘500 viene posto sotto il controllo del cosiddetto Magistrato delle galee. Le imbarcazioni messe effettivamente in mare sono però un quarto di quelle previste e questo servizio di difesa ha poco effetto. Fin dall’inizio delle scorrerie la Repubblica di Genova raccomanda alle comunità costiere di munirsi di torri d’avvistamento, mura e fortilizi ma solo negli ultimi tre o quattro decenni del ‘500 si appronta effettivamente una difesa costiera degna di questo nome, che si rivelerà alla fine fondamentale. La Repubblica non è prodiga di aiuti in denaro ma invia ingegneri militari per completare le opere e soprattutto commissari per organizzare la protezione dei vari nuclei abitati. Questi ultimi si trovano però quasi sempre in difficoltà. Nonostante il pericolo, le diverse comunità sono sempre molto restie alle ingerenze della mai troppo amata Genova e molto sospettose nei confronti dei suoi emissari. Per la verità i paesi della costa sono spesso anche divisi tra loro per motivi geografici, sociali e culturali e perfino al loro interno. Questa situazione comporta inutili perdite di tempo e risorse che si traducono in perdite di vite umane.Le divisioni rendono ardua la creazione e l’organizzazione di gruppi di difesa armati di terraferma, utile supporto alle fortificazioni e al pattugliamento navale: anche in questo caso i commissari devono scontrarsi con l’opposizione dei notabili locali, che non vedono di buon occhio la loro autorità e che peraltro a volte hanno sponsors politici importanti anche a Genova.Le cronache delle incursioni sono interessanti perché mettono in luce come per i pirati spesso non sia così facile portare a casa il bottino. Soprattutto a partire da metà Cinquecento, iniziano a doversi scontrare con città meglio difese e con persone più determinate.Molte volte sono costretti a fuggire limitandosi a colpire solo le abitazioni isolate, curiosamente cercano sempre di portare via il maggior numero possibile di feriti il cui abbandono è visto come grande segno di debolezza: non vogliono che il nemico possa contare le loro perdite. La disfatta navale dei Turchi a Lepanto, il 7 ottobre 1571, segnò un momento di grande crisi dell’Impero Ottomano che perde gran parte della sua terribile flotta. Le divisioni nel fronte cristiano non permetteranno. però di dare il colpo decisivo ai Turchi e nel giro di pochi anni il Sultano riuscirà a riorganizzare le fila della sua macchina bellica. Gli attacchi ai paesi costieri riprenderanno così vigore e finiranno solo a metà del 1600, quando ormai le torri di avvistamento sono numerose e ben coordinate e lo sviluppo di armi da fuoco affidabili, cannoni e simili, rende difficile lo sbarco.Per i pirati venire colpiti significa andare incontro a morte certa o essere catturati quindi l’attacco diretto via terra diventa sempre meno vantaggioso, il gioco non vale più la candela insomma. Anche i Barbareschi inizieranno a prediligere così gli assalti ad altre navi, la cosiddetta corsa, fenomeno che durerà addirittura almeno fino alla metà dell’Ottocento. Sarà infine Carlo Felice, il re amato dai nizzardi e dagli onegliesi,che, nel 1828, con una potente spedizione navale riuscirà a porre fine alle scorrerie nordafricane sulle coste liguri, attaccando direttamente Tripoli di Libia, l' ultimo covo dei pirati.

Casalino Pierluigi 


Filosofia e religione tra Islam e mondo latino

 Benchè il ruolo e la posizione della filosofia nel mondo ebraico-islamico durante il Medioevo fosse apparentemente analoga a alla situazione in cui si trovava nell'Europa cristiana, esistevano profonde differenze, ancora oggi materia di riflessione. Nonostante che le varie professioni di fede fossero formulate dalle diverse correnti dell'Islam e dell'Ebraismo, queste ultime non furono accolte dalla totalità dei fedeli. Inoltre, per quanto l'autorità religiosa fu spesso potente in questa o in quella località, non ci fu mai alcuna autorità centrale paragonabile a quella di Roma in Occidente. Del resto la posizione della filosofia nell'Islam, dopo un avvio incoraggiante,versò presto in condizioni precarie, e non solo dopo le confutazioni di Al-Gha^za^li^. Essa si andò , invece, sviluppando con successo nella Spagna musulmana, dopo Averroè (Ibn Rushd) e l'ebreo Maimonide. Un'altra differenza, ad onor del vero, tra la filosofia nell'Islam e in Occidente, era data dal fatto che la Chiesa Cattolica Romana  riteneva ed usava la filosofia esclusivamente come "ancilla theologiae", assumendo così il controllo di essa. Ciò non avvenne mai nell'Islam, con la conseguenza che i filosofi islamici godettero di un'autonomia  che restò sconosciuta nel mondo cristiano. Fu poi l'invadenza crescente dei religiosi ortodossi in tutto l'ecumene islamico, a determinare quel ripiegamento di civiltà che ha determinato l'eclisse dell'Arabismo classico e che ha finito per suscitare le perduranti resistenze alla modernizzazione di quelle società.

Casalino Pierluigi

Teatro e umanità nel mondo classico

 



Alla commedia greca (Altervista "in poche righe" di Ennepilibri e su

Asino Rosso), ma in genere sul teatro classico greco romano, dalla

commedia alla tragedia, alle sue rappresentazioni, ai suoi simboli e

ai significati ho avuto modo di dedicare numerosi interventi su

riviste e siti sul web. Analogamente mi sono espresso sull'importanza

del recupero di importanti strutture teatrali antiche, come quella a

me vicina di Ventimiglia, autentico monumento dell'arte e della storia

della classicità nell'estremo Ponente ligure. Quello del teatro

classico, dunque, costituisce un momento di straordinario livello

culturale e sociale che ancor oggi conserva un fascino irripetibile,

oltre a rappresentare motivo di richiamo per turisti e studiosi, ma

anche di riflessione sui temi eterni della vita umana, tra dramma e

destino, tra comicità e tipologie di arte recitativa, tra momenti di

interpretazioni e profili di soggetti o di maschere che la letteratura

teatrale di ogni tempo ha poi rivisitato in rinnovate descrizioni

psicologiche e storiche. Lo spettacolo rinnovato e ritrovato

costituiscono una continua offerta di situazioni e di interpreti che

non hanno tempo, ma che abbracciano l'intera e complessa geografia

delle attitudini dell'uomo con le loro luci e le loro ombre, autentici

capolavori del pensiero e dell'azione. In tale contesto si afferma e

si ripropone la riflessione sul mimo. Suida scriveva che Filistione,

un mimografo famoso era autore di "commedie biologiche", come si

direbbe anche ai giorni nostri. Ma cos'erano? Plutarco ci parla di

spettacoli brevi, comici e talora scurrili, adattati anche ad un

triclinio, e di rappresentazioni complesse, se non complicate, che

chiama "hypotesis; a quali referenti pensava, con quali tratti

distintivi e quali rapporti con i canoni letterari? Perché e in che

significato si definiva mors mimica il procedimento narrativo o

narratologico della morte. apparente? Perché ritroviamo tale tipologia

nella novellistica e nel romanzo antico (vedi il miei articoli sul web

dedicati ad Apuleio di Madaura e "Un romanzo dell'antichità")?

Esistevano rapporti tra tra teatro mimico e narrativa? Rientravano

entrambi nella letteratura di consumo? Chi erano gli autori dei

copioni? Come avveniva la messa in scena?, come era composta una

compagnia? Chi erano gli attori? Esistevano attrici? E perché

recitavano in genere senza maschera. A queste ed altre affascinanti

domande rispondono i numerosi studi su un argomento così suggestivo da

suscitare tuttora non solo interrogativi, ma anche ammirazione e

interesse.: Curiosità e sorprese emergono da queste ricerche che ci

presentano un mondo non così lontano dal nostro e che anzi ci invia un

messaggio di libertà espressiva senza precedenti. La fine del teatro

classico fu provocata da un ondata di integralismo religioso al limite

del fanatismo. Un fanatismo che riscopriamo in termini ancor più

accesi ed esecrandi in certe spaventose manifestazioni del delirio

irrazionale come quelle che hanno decretato con la complicità silente

dell'Occidente laico e democratico la distruzione di opera d'arte di

inestimabile valore.

Casalino Pierluigi, 27.11.2015


Imperia e la sindrome di Elpenore

 



Imperia, alla conclusione di un anno dedicato alle memorie della sua fondazione e alla vigilia di un nuovo anno, incarna come sempre l'aspirazione al cambiamento e al tempo stesso il richiamo protettivo ad un passato idealizzato, forse un po' sfumato, inafferrabile, vagheggiato. Una situazione particolare tra il reale e l'onirico che ricorda in qualche modo il mito di Elpenore nell'Odissea, un mito che rinvia all'omonima e rara sindrome nota nella psicologia moderna come sindrome di Elpenore: una condizione che evoca le parasonnie o "ubriachezze da sonno" tra la dimensione del sonno appunto e il risveglio. In una certa letteratura viene definita anche la sindrome dell'uomo qualunque che non ha la possibilità di sognare la gloria degli eroi e si smarrisce e scompare in maniera anonima, non lasciando traccia. Imperia spesso non sfugge a questo stato confusionale che è tipico dello sfortunato compagno di Ulisse che nel XI libro dell'Odissea si addormenta, poi si sveglia improvvisamente e precipita rovinosamente dal tetto della reggia di Circe, senza potersene accorgere. Tuttavia questa città nutre ancora la speranza di non affondare nel mondo delle ombre grazie ai talenti incompiuti che conserva. Elpenore non segue purtroppo il destino di Ulisse di tornare ad Itaca e celebrare la vittoria sui suoi nemici, ma la sua ombra riaffiora dolente dal regno dei morti e si presenta all'eroe omerico che ne piange la perdita e gli tributa l'onore di tumulo su cui piantare un remo, simbolo del viaggio per mare. E il tutto in un racconto che è ricco di riferimenti liguri, dal momento che, come dice Euripide ne "Le Troiane", Circe era ligure (secondo la leggenda era addirittura regina dei Liguri) e così le sirene. E il mare ligure per Imperia e per i suoi molti volti rappresenta la continuazione della terra, un arco di terra e di mare che univa una volta le genti liguri da est ad ovest. La continuazione dunque di un cammino, quello di Imperia, iniziato ormai da più di cento anni che non merita di arrestarsi e scivolare nel moderno Ade delle foglie morte. Le recenti classifiche nazionali premiano e condannano contemporaneamente un'Imperia double face. Ne discende pertanto una riflessione che non spetta più solo a chi ne regge le sorti, ma anche a chi ne vive la quotidiana esperienza nel chiaroscuro al fine di evitare di soffrire la sindrome di Elpenore.

Casalino Pierluigi 


La condizione umana

 




Nell'Europa del Cinquecento, aspramente divisa dalle controversie della Riforma, furono numerosi gli italiani esuli per motivi religiosi. Ribelli a ogni forma di disciplina ecclesiastica e condannati per eresia da tutte le chiese costituite, portarono il loro spirito travagliato attraverso l'intero continente. Quel grande maestro di studi storici che fu Delio Cantimori, nel suo testo più famoso, ha tracciato quasi una mappa degli eretici italiani più scomodi e appartati, quelli che non si riconoscevano neppure nelle chiese riformate, gli insoddisfatti di qualunque dogma, coloro che sognavano una vita davvero modellata sull'esempio di Cristo. Ci ha regalato così non solo una pietra miliare della storiografia dedicata all'età della Riforma, ma soprattutto un "classico", un libro che è insieme del proprio tempo e di ogni tempo. Il dissenso come già colonna sonora di ogni epoca e non a caso anche del nostro tempo. Un dissenso forse non politico, ma anche politico, se si vuole o almeno politico non nel senso classico del termine. Un dissenso che non manca (e non è mai mancato, del resto) neppure nelle società rette dai dispotismi orientali. Ci sono voci scomode, represse, ma non zittite che lo confermano tra le pagine della storia, tra le pieghe degli eventi succedutisi dalla preistoria ad oggi. Se ai giorni nostri dissenso e consenso spesso, tuttavia, si danno la mano, spiriti liberi e ribelli ai moralismi di sorta che non tengono conto della condizione umana. Torna alla mente in proposito un monumento indimenticabile di testimonianza dello spirito umano segnato dal destino e dalle avversità, quello di André Malraux nella sua "La condition humaine" e della lotta per sopravvivere aggrappandosi alle nostre idee.

Casalino Pierluigi 




venerdì 20 marzo 2026

 



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domenica 15 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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giovedì 12 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 10 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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“Pierluigi Casalino”: The name "Pierluigi Casalino" is mentioned in 338 papers uploaded to Academia, including one in a paper by someone in Aversa, Italy




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lunedì 9 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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domenica 8 marzo 2026

 



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sabato 7 marzo 2026

Am Yisrael chai!

 I soliti discorsi anti Occidente degli occidentali fanno pena !

Casalino Pierluigi 

venerdì 6 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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giovedì 5 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 3 marzo 2026

Casalino Pierluigi

 



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sabato 28 febbraio 2026

Sanremo 2026, un festival di ordinaria follia nel segno di Da Vinci

 



Sarà stato un festival di basso profilo, meno scintillante delle sue stagioni d'oro, ma ha registrato forse il più rilevante tutto esaurito di sempre. Ha svettato Laura Pausini che messo ha in ombra persino un Carlo Conti ormai al passo d'addio. E tutto ciò perché, tra luci ed ombre, Sanremo è Sanremo, l'inossidabile Sanremo. Magari avrà perso lo smalto dei tempi migliori, ma la personalità è difficile da valutare, se pur segua l'onda mediocre della nostra epoca; tuttavia Sanremo si salva comunque per il suo messaggio originario ed originale. Nulla di più, nulla di meno. La ricetta del successo della kermesse sanremese, infatti, è questa: riproporsi anche nell'insufficienza, con retroscena, sorprese ed entusiasmi inediti che rendono questo evento un quid unicum. Come speciale è questa Riviera di Ponente, una dimensione di altri tempi con suoi miti e le sue speranze, i suoi mille volti, le sue chimere, i suoi fiori e i suoi colori. La triade Da Vinci, Fedez & Masini, poi piazzati al quinto posto, e Brancale (finita però solo nova) sembravano subito fornire le indicazioni più concrete di un vittoria. L'ha spuntata infine Da Vinci con il brano "Per sempre si" che è risultato il grande vincente della manifestazione, seguito da Sayf e con la sorpresa di Ditonellapiaga terza che potrebbe tuttavia imporsi nella successiva hit parade e vendita. Scivolata invece al quarto posto Arisa. In ogni caso anche chi non ha vinto ha regalato, in qualche modo, un'altra musica. Sanremo ha chiuso con il botto del suo marchio, senza però lasciare rimpianti, magari con il ricordo di TonyPitony, un alieno di cui Sanremo ha bisogno. Restiamo in attesa di Sanremo 2027, di un altro festival di ordinaria follia 

Casalino Pierluigi 


Dante and Islam by Casalino Pierluigi

 



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venerdì 27 febbraio 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 24 febbraio 2026

Casalino Pierluigi

 



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domenica 22 febbraio 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 17 febbraio 2026

Casalino Pierluigi Academia

 



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lunedì 16 febbraio 2026

Verso Sanremo 2026. Lo spirito del Festival tra tradizione e innovazione.

 



Anche il Festival di Sanremo 2026 conferma la tradizionale struttura di cinque serate. Il sistema di voto sarà una combinazione tra televoto, giuria della stampa (TV e Web) e giuria delle istituzioni, mantenendo così il consueto equilibrio tra pubblico e critica. Tra i protagonisti ci sono artisti di grande richiamo come Fedez, che ha già fatto un'ottima impressione con la sua canzone, e altri nomi noti come Masini, Brancale e Arisa. I motivi in gara spaziano tra vari generi e tematiche con autori di rilievo e testi che affrontano argomenti cari agli artisti e al pubblico. Alcuni cantanti tra gli emergenti e giovani talenti, con tematiche anche originali, sono attesi con grande interesse, portando freschezza e novità al Festival. Tra le curiosità più interessanti della kermesse ci sono i "riti segreti" dei big in gara, che vanno dalla superstizione a piccoli rituali personali per affrontare e superare l'ansia del palco e della presenza di pubblico e critica. Alcuni cantanti, come Fulminacci, partecipano per la seconda volta, ma, in questa occasione, il con un pubblico  presente dopo le limitazioni dovute al COVID nel 2021. I pronostici sui vincitori sono già oggetto di discussione, con diverse canzoni che stanno emergendo come favorite. L'evoluzionej Festival nel tempo, anche con le immancabili sue sorprese, si riflette soprattutto nelle scelte musicali e nelle modalità di presentazione, che cercano di rinnovarsi, pur mantenendo la tradizione e nel rispetto dello spirito di Sanremo che resta uno spettacolo grande effetto.

Casalino Pierluigi 


domenica 15 febbraio 2026

Casalino Pierluigi

 



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lunedì 9 febbraio 2026

Maranza a Sanremo

 


Il maranza a Sanremo ? Questione è rilevante artisticamente o no? La gente associa questo prodotto al nemico urbano che si poggia su scelte estetiche o pseudo estetiche e talora, ma non sempre, sull'origine dei genitori più che su comportamenti concreti e reali. In verità è il mercato che spinge questo prodotto anche a Sanremo con i suoi autori e protagonisti. Il maranza è ibridazione culturale, ma ci chiediamo se può essere anche italiano. Non saprei rispondere, o forse si  Per una gran parte dei ragazzi di periferia il Maranzismo si va ad identificare in quelle forme di rap che vengono viste come strumenti di riscatto. Nel Paese si moltiplicano gli appelli come "Basta maranza!" Certamente si tratta di sottocultura,  di una confusa minaccia  sociale.Se il maranza può stare sul palco dell'Ariston, allora non è però quel mostro che si dice : forse il contrario, ma si mette insieme tutto, senza distinzioni. In ogni caso associa all'Italia storica ed elegante, educata e colta, quella parte del Paese, spesso evocata per essere respinta, ma che è già dentro la colonna sonora tricolore. Anche per tutto ciò Sanremo è Sanremo.

Casalino Pierluigi 


domenica 8 febbraio 2026

Casalino Pierluigi author

 



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sabato 31 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 27 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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lunedì 19 gennaio 2026

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martedì 13 gennaio 2026

Teatro ed umanità nel mondo classico



Alla commedia greca (Altervista "in poche righe" di Ennepilibri e su

Asino Rosso), ma in genere sul teatro classico greco romano, dalla

commedia alla tragedia, alle sue rappresentazioni, ai suoi simboli e

ai significati ho avuto modo di dedicare numerosi interventi su

riviste e siti sul web. Analogamente mi sono espresso sull'importanza

del recupero di importanti strutture teatrali antiche, come quella a

me vicina di Ventimiglia, autentico monumento dell'arte e della storia

della classicità nell'estremo Ponente ligure. Quello del teatro

classico, dunque, costituisce un momento di straordinario livello

culturale e sociale che ancor oggi conserva un fascino irripetibile,

oltre a rappresentare motivo di richiamo per turisti e studiosi, ma

anche di riflessione sui temi eterni della vita umana, tra dramma e

destino, tra comicità e tipologie di arte recitativa, tra momenti di

interpretazioni e profili di soggetti o di maschere che la letteratura

teatrale di ogni tempo ha poi rivisitato in rinnovate descrizioni

psicologiche e storiche. Lo spettacolo rinnovato e ritrovato

costituiscono una continua offerta di situazioni e di interpreti che

non hanno tempo, ma che abbracciano l'intera e complessa geografia

delle attitudini dell'uomo con le loro luci e le loro ombre, autentici

capolavori del pensiero e dell'azione. In tale contesto si afferma e

si ripropone la riflessione sul mimo. Suida scriveva che Filistione,

un mimografo famoso era autore di "commedie biologiche", come si

direbbe anche ai giorni nostri. Ma cos'erano? Plutarco ci parla di

spettacoli brevi, comici e talora scurrili, adattati anche ad un

triclinio, e di rappresentazioni complesse, se non complicate, che

chiama "hypotesis; a quali referenti pensava, con quali tratti

distintivi e quali rapporti con i canoni letterari? Perché e in che

significato si definiva mors mimica il procedimento narrativo o

narratologico della morte. apparente? Perché ritroviamo tale tipologia

nella novellistica e nel romanzo antico (vedi il miei articoli sul web

dedicati ad Apuleio di Madaura e "Un romanzo dell'antichità")?

Esistevano rapporti tra tra teatro mimico e narrativa? Rientravano

entrambi nella letteratura di consumo? Chi erano gli autori dei

copioni? Come avveniva la messa in scena?, come era composta una

compagnia? Chi erano gli attori? Esistevano attrici? E perché

recitavano in genere senza maschera. A queste ed altre affascinanti

domande rispondono i numerosi studi su un argomento così suggestivo da

suscitare tuttora non solo interrogativi, ma anche ammirazione e

interesse.: Curiosità e sorprese emergono da queste ricerche che ci

presentano un mondo non così lontano dal nostro e che anzi ci invia un

messaggio di libertà espressiva senza precedenti. La fine del teatro

classico fu provocata da un ondata di integralismo religioso al limite

del fanatismo. Un fanatismo che riscopriamo in termini ancor più

accesi ed esecrandi in certe spaventose manifestazioni del delirio

irrazionale come quelle che hanno decretato con la complicità silente

dell'Occidente laico e democratico la distruzione di opera d'arte di

inestimabile valore.

Casalino Pierluigi, 27.11.2015


domenica 11 gennaio 2026

Quando Oneglia, Porto Maurizio e il Ponente ligure erano attaccati dai Barbareschi

 



Nel 1453 Costantinopoli cade per mano dei Turchi Ottomani. Dopo questa conquista, l’Impero della Mezzaluna turca si afferma a poco a poco come potenza egemone nel Mediterraneo, attraverso il controllo delle coste orientali e soprattutto di quelle nordafricane, la zona che allora veniva chiamata appunto Barberia, termine che evoca le popolazioni berbere di quelle parti, ma anche la barbarie delle incursioni che di là venivano lanciate verso le coste dell'Europa meridionale, in particolare dell' Italia è soprattutto della Liguria.

Dominava allora Solimano I detto il Magnifico:

Obbiettivo del Sultano non era solo di espandere i propri territori, ma anche di diffondere l’Islam e colpire la Cristianità, in una sorta di guerra santa permanente.Proprio Tripoli, Tunisi e Algeri erano diventate il covo e il punto di partenza privilegiato delle navi dei pirati barbareschi che, con il benestare del governatore locale, seminavano il panico in mare e in terra. Oltre a ricevere quote di bottino dalle scorrerie, l’Impero Ottomano otteneva numerosi vantaggi indiretti: indebolire le economie europee, danneggiare luoghi di culto cristiani, mantenere nel terrore le popolazioni.

Tra fila della marina turca era sempre più difficile distinguere tra le navi pirata e le navi da guerra vere e proprie: spesso gli abilissimi capitani delle prime diventano poi ammiragli delle seconde facendo una rapida e sfolgorante carriera. Non pochi di questi personaggi erano rinnegati cristiani o prigionieri catturati durante gli attacchi alle coste italiane. I pirati barbareschi (da non confondere con i più antichi pirati saraceni, anch'essi musulmani, attivi nei secoli precedenti), di solito attaccavano di notte e soltanto durante la bella stagione, preferendo utilizzare imbarcazioni veloci e relativamente leggere che mal sopportavano il mare grosso.vSpesso navigano intorno alla Sicilia, altre volte passavano direttamente attraverso lo stretto di Messina, iniziando poi con il saccheggio delle coste del Tirreno meridionale. Risalendo lo stivale, arrivavano infine al mar Ligure, stando attenti ad evitare la potente Genova.Un’altra rotta possibile, resa appetibile dai molti punti di rifugio, era quella lungo le coste di Sardegna e Corsica. Le incursioni avevano come obbiettivo non solo il saccheggio ma soprattutto, elemento ancora più penoso, il rapimento di persone da ridurre in schiavitù e da usare per chiedere riscatti.I pirati barbareschi amavano colpire i paesi costieri all’alba o durante la notte, per sorprendere i locali nel sonno.L’addestramento militare consentiva loro di essere rapidi ed efficaci anche nell’oscurità; spesso calava dalle navi anche un migliaio di uomini che sapevano muoversi in modo organizzato e si spingevano senza problemi anche per diversi chilometri nell’entroterra.Le cronache parlano di numeri spaventosi, paesi interi decimati in poche ore e ridotti a villaggi fantasma: solo qualche esempio per dare l’idea delle dimensioni di questo vero e proprio flagello: nel 1546, a Laigueglia, i pirati prelevano 250 persone su una popolazione di circa 350; nel 1551, a Riva Ligure, rapiscono quasi tutti gli abitanti; nel 1637, periodo di relativo esaurimento del fenomeno, 340 persone vengono deportate da Finale Ligure e una ventina uccise sul posto, terribile, da ricordare, anche l'attacco a Ceriale nel 1637. Oneglia e Porto Maurizio non furono esenti dal flagello, anzi vennero attaccate ripetutamente: sia durante la comune influenza genovese e sia più tardi quando furono separate dal passaggio di Oneglia ai Savoia. Nei paesi poco protetti avvistare una flotta corsara significava dover fuggire, spesso la gente doveva abbandonare, oltre ai pochi beni materiali, le persone malate e gli anziani, ben sapendo di lasciarli a morte certa perché inutili al lavoro o al riscatto.Quando si sentivano particolarmente sicuri, i pirati si fermavano addirittura sulle spiagge prima di ripartire, aspettando eventuali familiari decisi a trattare subito i riscatti. Più spesso gettavano l’ancora a poca distanza dalla costa issando una bandiera nera che segnalava la loro intenzione di effettuare le eventuali transazioni a bordo, nel rispetto degli intermediari.Chi non poteva pagare veniva portato schiavo in Africa e del suo riscatto si sarebbe trattato in seguito, anche dopo molti anni. La loro prima destinazione erano i cosiddetti bagni, non certo località termali ma terribili luoghi di detenzione di massa in cui sopravvivere era impresa ardua.Scarsità di cibo, totale mancanza di igiene e ogni genere di maltrattamento da parte dei carcerieri erano all’ordine del giorno.In particolare i detenuti venivano quotidianamente minacciati o picchiati per indurli ad abiurare la fede cristiana.I più fortunati, se avevano le competenze per eseguire lavori particolari, potevano essere utilizzati fuori dai bagni come schiavi. Per tutti le condizioni erano critiche, chi non moriva di stenti veniva portato via dalle numerose epidemie.Per sfuggire a questo stato penoso, le possibilità erano due: venire riscattati o, come abbiamo detto, decidersi ad abiurare la fede cristiana. Anche in un epoca non totalmente globalizzata come oggi, si riusciva in ogni caso a comunicare tra i due continenti, seppure con molta lentezza, per organizzare i riscatti. A muoversi erano in primis ovviamente le famiglie ma non mancava mai il supporto dell’intero paese con punto di riferimento la parrocchia.Tramite raccolte, elemosine ma anche lasciti testamentari, venivano con fatica raccolte le somme necessarie. Di solito erano i membri delle Confraternite, formatesi in quel periodo, che ricoprivano un ruolo sia economico che negoziale molto importante proprio nell’ambito della liberazione dei rapiti. Spesso partivano per l’Africa direttamente i parenti dei malcapitati, ma frequentemente era necessario rivolgersi a intermediari. E’ inutile dire che le operazioni di riscatto per loro natura erano difficili, non proprio transazioni tra gentiluomini insomma. Il giro di denaro era elevato ed era facile mettersi nelle mani sbagliate, finendo per perdere i soldi o non riuscire a liberare il familiare detenuto.

Le cronache dei riscatti raccontano che molte volte venivano riportati in Africa prigionieri turchi: circostanza questa quindi che dimostra che anche gli europei non erano estranei alla pratica del rapimento che però di solito avveniva sul mare, cioè senza sbarchi, data la situazione conflittuale con la Sublime Porta e i suoi satelliti.Sarebbe opportuno uscire dalla logica buono-cattivo: anche gli europei praticavano la pirateria ai danni dei musulmani anche se l’argomento ovviamente non è mai stato molto affrontato dagli studiosi, se pure l' Occidente agiva specialmente per legittima difesa. Di sicuro molte navi europee facevano la “corsa” contro navi mercantili turche cioè, come detto prima, le attaccavano in mare.I religiosi, soprattutto frati, svolgevano un ruolo fondamentale nell’alleviare le sofferenze dei reclusi. Venivano infatti organizzate vere e proprie missioni umanitarie più o meno tollerate dai Barbareschi, che servivano anche ad informare le comunità della situazione dei prigionieri. Di solito non si occupavano direttamente di riscatti, ma se era necessario svolgevano anche il compito di intermediari.La Repubblica di Genova inizio' ad interessarsi di questa problematica solo verso la fine del ‘500 (analogamente, si adoperarono, dopo il 1576, pure le autorità sabaude per Oneglia ed per gli altri piccoli centri liguri sotto la giurisdizione piemontese), chiedendo ai vari paesi di fornire elenchi degli schiavi deportati e istituendo la figura del Magistrato per il riscatto degli schiavi, che controllava le trattative e cercava di farsi carico dei casi dei più disperati che non avevano soldi o parenti. Non solo gli Onegliesi e i Portorini malcapitati, uomini e donne, incontrarono grosse difficoltà ad essere riscattati. Si registrò pure il  caso di un genovese e di un portorino, convertiti all' Islam, che si resero complici di scorrerie, violenze, saccheggi ed uccisioni contro i loro stessi ex fratelli liguri. Questi due personaggi furono ad un certo momento catturati, riconosciuti e giustiziati. Chi non veniva riscattato aveva forse solo un’altra possibilità di sopravvivere, una scelta spesso difficile. Dopo anni di torture sia fisiche che psicologiche, perse le speranze di essere riscattati, molti finivano per diventare musulmani. Oltre a porre termine alle proprie sofferenze, chi decideva di  rinnegare la fede cristiana  otteneva grandi vantaggi. Dopo la conversione il prigioniero diventava membro della nuova comunità a tutti gli effetti ed aveva la possibilità di conseguire, se ne aveva le capacità, a qualsiasi posizione sociale.Un rampollo della famiglia Doria, catturato dai turchi, divenne un loro visir. Altri rinnegati ricoprirono ruoli rilevanti nel condurre scorrerie sulle coste liguri e italiane. La società musulmana rispetto a quella cristiana, soprattutto cattolica, era estremamente meritocratica e poco gerarchizzata: chi dimostrava il proprio valore non aveva limiti. Purtroppo però, il passaggio da prigioniero a “cittadino” turco comportava quasi sempre un penoso tradimento verso la propria vita passata. Il convertito doveva dunque dare una dimostrazione di buona fede che solitamente consisteva nel guidare o partecipare a qualche incursione contro le terre d’origine.La grande organizzazione di cui i Barbareschi davano prova durante le loro sciagurate imprese era dovuta anche alle preziose informazioni date dai rinnegati, che conoscevano i litorali, gli approdi e il territorio. Le comunità costiere si organizzavano per difendersi dagli attacchi,  ma non sempre riuscivano ad opporsi in maniera efficace. Ovviamente fin dall’inizio si era cercato di correre ai ripari, ma le difficoltà erano notevoli. Genova veniva evitata dai pirati per la sua potenza navale: inizialmente la Superba si limitava a controllare solo i punti strategici dei propri domini, senza curarsi troppo delle sorti sia del Tirreno che delle sue dirette dipendenze liguri.Dopo il 1540, tra l’altro, la situazione era peggiorata a causa dell’intesa tra la Francia e l’Impero Ottomano, in funzione anti-spagnola.Tutto questo accadeva mentre il genovese Andrea Doria era schierato molto più a ovest a proteggere i suoi datori di lavoro spagnoli in qualità di ammiraglio imperiale.Aldilà di questo evento incredibile, più di guerra che di pirateria, gli approdi francesi in base a questa alleanza erano diventati una sorta di porto franco per i Barbareschi che negli anni seguenti, dopo aver saccheggiato la Liguria,  spesso lì. Genova dopo questo episodio inizia a muoversi con ó decisione, ma vie inne fatto molto meno del necessario. Si promuoveva un pattugliamento in mare che dopo meta del ‘500 viene posto sotto il controllo del cosiddetto Magistrato delle galee. Le imbarcazioni messe effettivamente in mare sono però un quarto di quelle previste e questo servizio di difesa ha poco effetto. Fin dall’inizio delle scorrerie la Repubblica di Genova raccomanda alle comunità costiere di munirsi di torri d’avvistamento, mura e fortilizi ma solo negli ultimi tre o quattro decenni del ‘500 si appronta effettivamente una difesa costiera degna di questo nome, che si rivelerà alla fine fondamentale. La Repubblica non è prodiga di aiuti in denaro ma invia ingegneri militari per completare le opere e soprattutto commissari per organizzare la protezione dei vari nuclei abitati. Questi ultimi si trovano però quasi sempre in difficoltà. Nonostante il pericolo, le diverse comunità sono sempre molto restie alle ingerenze della mai troppo amata Genova e molto sospettose nei confronti dei suoi emissari. Per la verità i paesi della costa sono spesso anche divisi tra loro per motivi geografici, sociali e culturali e perfino al loro interno. Questa situazione comporta inutili perdite di tempo e risorse che si traducono in perdite di vite umane.Le divisioni rendono ardua la creazione e l’organizzazione di gruppi di difesa armati di terraferma, utile supporto alle fortificazioni e al pattugliamento navale: anche in questo caso i commissari devono scontrarsi con l’opposizione dei notabili locali, che non vedono di buon occhio la loro autorità e che peraltro a volte hanno sponsors politici importanti anche a Genova.Le cronache delle incursioni sono interessanti perché mettono in luce come per i pirati spesso non sia così facile portare a casa il bottino. Soprattutto a partire da metà Cinquecento, iniziano a doversi scontrare con città meglio difese e con persone più determinate.Molte volte sono costretti a fuggire limitandosi a colpire solo le abitazioni isolate, curiosamente cercano sempre di portare via il maggior numero possibile di feriti il cui abbandono è visto come grande segno di debolezza: non vogliono che il nemico possa contare le loro perdite. La disfatta navale dei Turchi a Lepanto, il 7 ottobre 1571, segnò un momento di grande crisi dell’Impero Ottomano che perde gran parte della sua terribile flotta. Le divisioni nel fronte cristiano non permetteranno. però di dare il colpo decisivo ai Turchi e nel giro di pochi anni il Sultano riuscirà a riorganizzare le fila della sua macchina bellica. Gli attacchi ai paesi costieri riprenderanno così vigore e finiranno solo a metà del 1600, quando ormai le torri di avvistamento sono numerose e ben coordinate e lo sviluppo di armi da fuoco affidabili, cannoni e simili, rende difficile lo sbarco.Per i pirati venire colpiti significa andare incontro a morte certa o essere catturati quindi l’attacco diretto via terra diventa sempre meno vantaggioso, il gioco non vale più la candela insomma. Anche i Barbareschi inizieranno a prediligere così gli assalti ad altre navi, la cosiddetta corsa, fenomeno che durerà addirittura almeno fino alla metà dell’Ottocento. Sarà infine Carlo Felice, il re amato dai nizzardi e dagli onegliesi,che, nel 1828, con una pot⁶ente spedizione navale riuscirà a porre fine alle scorrerie nordafricane sulle coste liguri, attaccando direttamente Tripoli di Libia, l' ultimo covo dei pirati.

Casalino Pierluigi 

La teoria della luce di Avicenna in Dante

 


L' influenza della teoria della luce di Ibn Sina (l'Avicenna dei latini) è un tema che si inserisce nel più ampio contesto del rapporto tra la cultura filosofica araba e la produzione letteraria e filosofica medievale europea, in particolare quella di Dante Alighieri. Ibn Sina, non e medico persiano del XI secolo, elaborò una teoria della luce che non era solo fisica, ma anche metafisica e spirituale. La luce, per Ibn Sina, rappresentava un principio fondamentale che univa la realtà materiale e quella intellettuale, unendo aristotelismo e neoplatonismo in una sintesi originale. Questa concezione della luce come simbolo di conoscenza, verità e presenza divina ebbe una grande influenza sulla filosofia scolastica del XII secolo, che, a sua volta, influenzò la cultura europea medievale. Dante, che visse nel XIII e XIV secolo, fu profondamente influenzato dalla filosofia aristotelica e neoplatonica, trasmessa anche attraverso le opere di pensatori arabo-islamici  come Avicenna e Averroè(In Rushd). La teoria della luce di Avicenna si riflette nella Divina Commedia, soprattutto nella rappresentazione della luce come simbolo di Dio, della verità e della beatitudine. La luce eterna e divina che Dante descrive nel Paradiso ha radici concettuali che possono dunque essere ricondotte a questa corrente di pensiero filosofico.  In particolare, la luce in Dante non è solo un fenomeno fisico, ma un segno della presenza divina della conoscenza suprema e della salvezza: un' idea  dunque che rispecchia la visione avicenniana della luce come principio metafisico e spirituale. In altri termini la concezione di Avicenna è significativa per Dante soprattutto sul piano simbolico e filosofico: il Sommo Poeta ne fa un elemento centrale della sua poetica e della sua visione teologica che comprende anche la teoria delle anime. Non a caso Dante (già influenzato da Ibn Rush - come è influenzato suo malgrado lo stesso San Tommaso d'Aquino-per una gran parte del suo pensiero), riprende la teoria generale della luce di Avicenna per il quale la luce è simbolo e veicolo dell' intelletto e dell' anima, un principio che illumina la vita.

Casalino Pierluigi 


sabato 10 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 6 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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giovedì 1 gennaio 2026

Democrazie verso il baratro. Social media e tirannie alleate contro la libertà.

 


Più ci inoltriamo nel XXI secolo peggiori sono i segnali sullo stato di salute delle democrazie già in molti modi sotto l' assalto dei regimi totalitari che vogliono la distruzione delle conquiste di libertà acquisite in Occidente dopo lunghe lotte. D'altra parte lo stesso numero dei paesi democratici diminuisce pericolosamente e correnti insofferenti ai valori rappresentativi e pluralisti insidiano le democrazie  dall'interno, cercando di dare una spallata al sistema del mondo libero. Inoltre, sempre in seno alle democrazie, le società si polarizzano, sia in termini di opinioni che per quanto riguarda la distribuzione del reddito e delle possibilità culturali, peggiorando le competenze e le conoscenze di adulti e di giovani. Il tutto è andato peggiorando progressivamente dopo il 2008. Fenomeno quest' ultimo, insieme agli altri, da attribuirsi alla diffusione di internet, dei sociale media e degli smartphone. Fu proprio con la crisi del 2007-2008 che la finanza americana ha prodotto con la sua bolla più grave degli ultimi decenni, quella cioè dei mutui senza valore che rivendeva a ignari investitori una quantità di titoli finanziari dall'architettura incomprensibile: una crisi che l' Occidente sta ancora pagando molto cara. E l'indebolimento del ceto medio, la rabbia diffusa nelle società impoverite, la perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle classi al potere, non più concepite come élites consapevoli, se pur sempre più distanti dal comune sentire, furono certamente alimentati da quella crisi. I social media, che sono entrati a gamba tesa in questa situazione, sembrano fatti apposta per ingigantire il problema. I social media hanno l'obiettivo di trattenere gli utenti, colpendone e sfruttandone l'immaginazione, l'emotività e la paura: un processo spersonalizzante assai pericoloso, dilatato da un credente uso distorto e disinvolto dell' intelligenza artificiale e tendente a conquistare che è meno critico, più impressionabile, in altri termini, chi è più fragile. I proprietari delle piattaforme all'avvento dei social erano perfettamente a conoscenza degli effetti collaterali negativi, ma hanno deciso di non rinunciare ai giganteschi guadagni che le loro tecnologie garantivano, generando un clima di ansia, particolarmente tra i giovani, e mettendo in difficoltà le democrazie con la diffusione incontrollata e incontrollabile della propaganda più faziosa. Gli autori di questa drammatica situazione di regresso intellettuale che privilegia la diffusione del falso come affermazione di  pari valore della verità. Insomma la regia di questa deriva è più interessata a fare business che alla democrazia: la moderazione delle discussioni in rete orientata a ridurre la circolazione di falsità pericolose va definita censura, sempre allo scopo di catturare l'attenzione e fare così i migliori interessi delle piattaforme e di chi politicamente le sostiene, come è avvenuto con l' elezione di Trump alla presidenza degli USA. Si tratta di un fenomeno che ben si sposa e si allea con le forze oscure delle tirannie che sognano il tramonto delle democrazie, comprate e svilite dagli interessi economici.

Casalino Pierluigi