sabato 31 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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martedì 27 gennaio 2026

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lunedì 19 gennaio 2026

Casalino Pierluigi / Academia.edu

 



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martedì 13 gennaio 2026

Teatro ed umanità nel mondo classico



Alla commedia greca (Altervista "in poche righe" di Ennepilibri e su

Asino Rosso), ma in genere sul teatro classico greco romano, dalla

commedia alla tragedia, alle sue rappresentazioni, ai suoi simboli e

ai significati ho avuto modo di dedicare numerosi interventi su

riviste e siti sul web. Analogamente mi sono espresso sull'importanza

del recupero di importanti strutture teatrali antiche, come quella a

me vicina di Ventimiglia, autentico monumento dell'arte e della storia

della classicità nell'estremo Ponente ligure. Quello del teatro

classico, dunque, costituisce un momento di straordinario livello

culturale e sociale che ancor oggi conserva un fascino irripetibile,

oltre a rappresentare motivo di richiamo per turisti e studiosi, ma

anche di riflessione sui temi eterni della vita umana, tra dramma e

destino, tra comicità e tipologie di arte recitativa, tra momenti di

interpretazioni e profili di soggetti o di maschere che la letteratura

teatrale di ogni tempo ha poi rivisitato in rinnovate descrizioni

psicologiche e storiche. Lo spettacolo rinnovato e ritrovato

costituiscono una continua offerta di situazioni e di interpreti che

non hanno tempo, ma che abbracciano l'intera e complessa geografia

delle attitudini dell'uomo con le loro luci e le loro ombre, autentici

capolavori del pensiero e dell'azione. In tale contesto si afferma e

si ripropone la riflessione sul mimo. Suida scriveva che Filistione,

un mimografo famoso era autore di "commedie biologiche", come si

direbbe anche ai giorni nostri. Ma cos'erano? Plutarco ci parla di

spettacoli brevi, comici e talora scurrili, adattati anche ad un

triclinio, e di rappresentazioni complesse, se non complicate, che

chiama "hypotesis; a quali referenti pensava, con quali tratti

distintivi e quali rapporti con i canoni letterari? Perché e in che

significato si definiva mors mimica il procedimento narrativo o

narratologico della morte. apparente? Perché ritroviamo tale tipologia

nella novellistica e nel romanzo antico (vedi il miei articoli sul web

dedicati ad Apuleio di Madaura e "Un romanzo dell'antichità")?

Esistevano rapporti tra tra teatro mimico e narrativa? Rientravano

entrambi nella letteratura di consumo? Chi erano gli autori dei

copioni? Come avveniva la messa in scena?, come era composta una

compagnia? Chi erano gli attori? Esistevano attrici? E perché

recitavano in genere senza maschera. A queste ed altre affascinanti

domande rispondono i numerosi studi su un argomento così suggestivo da

suscitare tuttora non solo interrogativi, ma anche ammirazione e

interesse.: Curiosità e sorprese emergono da queste ricerche che ci

presentano un mondo non così lontano dal nostro e che anzi ci invia un

messaggio di libertà espressiva senza precedenti. La fine del teatro

classico fu provocata da un ondata di integralismo religioso al limite

del fanatismo. Un fanatismo che riscopriamo in termini ancor più

accesi ed esecrandi in certe spaventose manifestazioni del delirio

irrazionale come quelle che hanno decretato con la complicità silente

dell'Occidente laico e democratico la distruzione di opera d'arte di

inestimabile valore.

Casalino Pierluigi, 27.11.2015


domenica 11 gennaio 2026

Quando Oneglia, Porto Maurizio e il Ponente ligure erano attaccati dai Barbareschi

 



Nel 1453 Costantinopoli cade per mano dei Turchi Ottomani. Dopo questa conquista, l’Impero della Mezzaluna turca si afferma a poco a poco come potenza egemone nel Mediterraneo, attraverso il controllo delle coste orientali e soprattutto di quelle nordafricane, la zona che allora veniva chiamata appunto Barberia, termine che evoca le popolazioni berbere di quelle parti, ma anche la barbarie delle incursioni che di là venivano lanciate verso le coste dell'Europa meridionale, in particolare dell' Italia è soprattutto della Liguria.

Dominava allora Solimano I detto il Magnifico:

Obbiettivo del Sultano non era solo di espandere i propri territori, ma anche di diffondere l’Islam e colpire la Cristianità, in una sorta di guerra santa permanente.Proprio Tripoli, Tunisi e Algeri erano diventate il covo e il punto di partenza privilegiato delle navi dei pirati barbareschi che, con il benestare del governatore locale, seminavano il panico in mare e in terra. Oltre a ricevere quote di bottino dalle scorrerie, l’Impero Ottomano otteneva numerosi vantaggi indiretti: indebolire le economie europee, danneggiare luoghi di culto cristiani, mantenere nel terrore le popolazioni.

Tra fila della marina turca era sempre più difficile distinguere tra le navi pirata e le navi da guerra vere e proprie: spesso gli abilissimi capitani delle prime diventano poi ammiragli delle seconde facendo una rapida e sfolgorante carriera. Non pochi di questi personaggi erano rinnegati cristiani o prigionieri catturati durante gli attacchi alle coste italiane. I pirati barbareschi (da non confondere con i più antichi pirati saraceni, anch'essi musulmani, attivi nei secoli precedenti), di solito attaccavano di notte e soltanto durante la bella stagione, preferendo utilizzare imbarcazioni veloci e relativamente leggere che mal sopportavano il mare grosso.vSpesso navigano intorno alla Sicilia, altre volte passavano direttamente attraverso lo stretto di Messina, iniziando poi con il saccheggio delle coste del Tirreno meridionale. Risalendo lo stivale, arrivavano infine al mar Ligure, stando attenti ad evitare la potente Genova.Un’altra rotta possibile, resa appetibile dai molti punti di rifugio, era quella lungo le coste di Sardegna e Corsica. Le incursioni avevano come obbiettivo non solo il saccheggio ma soprattutto, elemento ancora più penoso, il rapimento di persone da ridurre in schiavitù e da usare per chiedere riscatti.I pirati barbareschi amavano colpire i paesi costieri all’alba o durante la notte, per sorprendere i locali nel sonno.L’addestramento militare consentiva loro di essere rapidi ed efficaci anche nell’oscurità; spesso calava dalle navi anche un migliaio di uomini che sapevano muoversi in modo organizzato e si spingevano senza problemi anche per diversi chilometri nell’entroterra.Le cronache parlano di numeri spaventosi, paesi interi decimati in poche ore e ridotti a villaggi fantasma: solo qualche esempio per dare l’idea delle dimensioni di questo vero e proprio flagello: nel 1546, a Laigueglia, i pirati prelevano 250 persone su una popolazione di circa 350; nel 1551, a Riva Ligure, rapiscono quasi tutti gli abitanti; nel 1637, periodo di relativo esaurimento del fenomeno, 340 persone vengono deportate da Finale Ligure e una ventina uccise sul posto, terribile, da ricordare, anche l'attacco a Ceriale nel 1637. Oneglia e Porto Maurizio non furono esenti dal flagello, anzi vennero attaccate ripetutamente: sia durante la comune influenza genovese e sia più tardi quando furono separate dal passaggio di Oneglia ai Savoia. Nei paesi poco protetti avvistare una flotta corsara significava dover fuggire, spesso la gente doveva abbandonare, oltre ai pochi beni materiali, le persone malate e gli anziani, ben sapendo di lasciarli a morte certa perché inutili al lavoro o al riscatto.Quando si sentivano particolarmente sicuri, i pirati si fermavano addirittura sulle spiagge prima di ripartire, aspettando eventuali familiari decisi a trattare subito i riscatti. Più spesso gettavano l’ancora a poca distanza dalla costa issando una bandiera nera che segnalava la loro intenzione di effettuare le eventuali transazioni a bordo, nel rispetto degli intermediari.Chi non poteva pagare veniva portato schiavo in Africa e del suo riscatto si sarebbe trattato in seguito, anche dopo molti anni. La loro prima destinazione erano i cosiddetti bagni, non certo località termali ma terribili luoghi di detenzione di massa in cui sopravvivere era impresa ardua.Scarsità di cibo, totale mancanza di igiene e ogni genere di maltrattamento da parte dei carcerieri erano all’ordine del giorno.In particolare i detenuti venivano quotidianamente minacciati o picchiati per indurli ad abiurare la fede cristiana.I più fortunati, se avevano le competenze per eseguire lavori particolari, potevano essere utilizzati fuori dai bagni come schiavi. Per tutti le condizioni erano critiche, chi non moriva di stenti veniva portato via dalle numerose epidemie.Per sfuggire a questo stato penoso, le possibilità erano due: venire riscattati o, come abbiamo detto, decidersi ad abiurare la fede cristiana. Anche in un epoca non totalmente globalizzata come oggi, si riusciva in ogni caso a comunicare tra i due continenti, seppure con molta lentezza, per organizzare i riscatti. A muoversi erano in primis ovviamente le famiglie ma non mancava mai il supporto dell’intero paese con punto di riferimento la parrocchia.Tramite raccolte, elemosine ma anche lasciti testamentari, venivano con fatica raccolte le somme necessarie. Di solito erano i membri delle Confraternite, formatesi in quel periodo, che ricoprivano un ruolo sia economico che negoziale molto importante proprio nell’ambito della liberazione dei rapiti. Spesso partivano per l’Africa direttamente i parenti dei malcapitati, ma frequentemente era necessario rivolgersi a intermediari. E’ inutile dire che le operazioni di riscatto per loro natura erano difficili, non proprio transazioni tra gentiluomini insomma. Il giro di denaro era elevato ed era facile mettersi nelle mani sbagliate, finendo per perdere i soldi o non riuscire a liberare il familiare detenuto.

Le cronache dei riscatti raccontano che molte volte venivano riportati in Africa prigionieri turchi: circostanza questa quindi che dimostra che anche gli europei non erano estranei alla pratica del rapimento che però di solito avveniva sul mare, cioè senza sbarchi, data la situazione conflittuale con la Sublime Porta e i suoi satelliti.Sarebbe opportuno uscire dalla logica buono-cattivo: anche gli europei praticavano la pirateria ai danni dei musulmani anche se l’argomento ovviamente non è mai stato molto affrontato dagli studiosi, se pure l' Occidente agiva specialmente per legittima difesa. Di sicuro molte navi europee facevano la “corsa” contro navi mercantili turche cioè, come detto prima, le attaccavano in mare.I religiosi, soprattutto frati, svolgevano un ruolo fondamentale nell’alleviare le sofferenze dei reclusi. Venivano infatti organizzate vere e proprie missioni umanitarie più o meno tollerate dai Barbareschi, che servivano anche ad informare le comunità della situazione dei prigionieri. Di solito non si occupavano direttamente di riscatti, ma se era necessario svolgevano anche il compito di intermediari.La Repubblica di Genova inizio' ad interessarsi di questa problematica solo verso la fine del ‘500 (analogamente, si adoperarono, dopo il 1576, pure le autorità sabaude per Oneglia ed per gli altri piccoli centri liguri sotto la giurisdizione piemontese), chiedendo ai vari paesi di fornire elenchi degli schiavi deportati e istituendo la figura del Magistrato per il riscatto degli schiavi, che controllava le trattative e cercava di farsi carico dei casi dei più disperati che non avevano soldi o parenti. Non solo gli Onegliesi e i Portorini malcapitati, uomini e donne, incontrarono grosse difficoltà ad essere riscattati. Si registrò pure il  caso di un genovese e di un portorino, convertiti all' Islam, che si resero complici di scorrerie, violenze, saccheggi ed uccisioni contro i loro stessi ex fratelli liguri. Questi due personaggi furono ad un certo momento catturati, riconosciuti e giustiziati. Chi non veniva riscattato aveva forse solo un’altra possibilità di sopravvivere, una scelta spesso difficile. Dopo anni di torture sia fisiche che psicologiche, perse le speranze di essere riscattati, molti finivano per diventare musulmani. Oltre a porre termine alle proprie sofferenze, chi decideva di  rinnegare la fede cristiana  otteneva grandi vantaggi. Dopo la conversione il prigioniero diventava membro della nuova comunità a tutti gli effetti ed aveva la possibilità di conseguire, se ne aveva le capacità, a qualsiasi posizione sociale.Un rampollo della famiglia Doria, catturato dai turchi, divenne un loro visir. Altri rinnegati ricoprirono ruoli rilevanti nel condurre scorrerie sulle coste liguri e italiane. La società musulmana rispetto a quella cristiana, soprattutto cattolica, era estremamente meritocratica e poco gerarchizzata: chi dimostrava il proprio valore non aveva limiti. Purtroppo però, il passaggio da prigioniero a “cittadino” turco comportava quasi sempre un penoso tradimento verso la propria vita passata. Il convertito doveva dunque dare una dimostrazione di buona fede che solitamente consisteva nel guidare o partecipare a qualche incursione contro le terre d’origine.La grande organizzazione di cui i Barbareschi davano prova durante le loro sciagurate imprese era dovuta anche alle preziose informazioni date dai rinnegati, che conoscevano i litorali, gli approdi e il territorio. Le comunità costiere si organizzavano per difendersi dagli attacchi,  ma non sempre riuscivano ad opporsi in maniera efficace. Ovviamente fin dall’inizio si era cercato di correre ai ripari, ma le difficoltà erano notevoli. Genova veniva evitata dai pirati per la sua potenza navale: inizialmente la Superba si limitava a controllare solo i punti strategici dei propri domini, senza curarsi troppo delle sorti sia del Tirreno che delle sue dirette dipendenze liguri.Dopo il 1540, tra l’altro, la situazione era peggiorata a causa dell’intesa tra la Francia e l’Impero Ottomano, in funzione anti-spagnola.Tutto questo accadeva mentre il genovese Andrea Doria era schierato molto più a ovest a proteggere i suoi datori di lavoro spagnoli in qualità di ammiraglio imperiale.Aldilà di questo evento incredibile, più di guerra che di pirateria, gli approdi francesi in base a questa alleanza erano diventati una sorta di porto franco per i Barbareschi che negli anni seguenti, dopo aver saccheggiato la Liguria,  spesso lì. Genova dopo questo episodio inizia a muoversi con ó decisione, ma vie inne fatto molto meno del necessario. Si promuoveva un pattugliamento in mare che dopo meta del ‘500 viene posto sotto il controllo del cosiddetto Magistrato delle galee. Le imbarcazioni messe effettivamente in mare sono però un quarto di quelle previste e questo servizio di difesa ha poco effetto. Fin dall’inizio delle scorrerie la Repubblica di Genova raccomanda alle comunità costiere di munirsi di torri d’avvistamento, mura e fortilizi ma solo negli ultimi tre o quattro decenni del ‘500 si appronta effettivamente una difesa costiera degna di questo nome, che si rivelerà alla fine fondamentale. La Repubblica non è prodiga di aiuti in denaro ma invia ingegneri militari per completare le opere e soprattutto commissari per organizzare la protezione dei vari nuclei abitati. Questi ultimi si trovano però quasi sempre in difficoltà. Nonostante il pericolo, le diverse comunità sono sempre molto restie alle ingerenze della mai troppo amata Genova e molto sospettose nei confronti dei suoi emissari. Per la verità i paesi della costa sono spesso anche divisi tra loro per motivi geografici, sociali e culturali e perfino al loro interno. Questa situazione comporta inutili perdite di tempo e risorse che si traducono in perdite di vite umane.Le divisioni rendono ardua la creazione e l’organizzazione di gruppi di difesa armati di terraferma, utile supporto alle fortificazioni e al pattugliamento navale: anche in questo caso i commissari devono scontrarsi con l’opposizione dei notabili locali, che non vedono di buon occhio la loro autorità e che peraltro a volte hanno sponsors politici importanti anche a Genova.Le cronache delle incursioni sono interessanti perché mettono in luce come per i pirati spesso non sia così facile portare a casa il bottino. Soprattutto a partire da metà Cinquecento, iniziano a doversi scontrare con città meglio difese e con persone più determinate.Molte volte sono costretti a fuggire limitandosi a colpire solo le abitazioni isolate, curiosamente cercano sempre di portare via il maggior numero possibile di feriti il cui abbandono è visto come grande segno di debolezza: non vogliono che il nemico possa contare le loro perdite. La disfatta navale dei Turchi a Lepanto, il 7 ottobre 1571, segnò un momento di grande crisi dell’Impero Ottomano che perde gran parte della sua terribile flotta. Le divisioni nel fronte cristiano non permetteranno. però di dare il colpo decisivo ai Turchi e nel giro di pochi anni il Sultano riuscirà a riorganizzare le fila della sua macchina bellica. Gli attacchi ai paesi costieri riprenderanno così vigore e finiranno solo a metà del 1600, quando ormai le torri di avvistamento sono numerose e ben coordinate e lo sviluppo di armi da fuoco affidabili, cannoni e simili, rende difficile lo sbarco.Per i pirati venire colpiti significa andare incontro a morte certa o essere catturati quindi l’attacco diretto via terra diventa sempre meno vantaggioso, il gioco non vale più la candela insomma. Anche i Barbareschi inizieranno a prediligere così gli assalti ad altre navi, la cosiddetta corsa, fenomeno che durerà addirittura almeno fino alla metà dell’Ottocento. Sarà infine Carlo Felice, il re amato dai nizzardi e dagli onegliesi,che, nel 1828, con una pot⁶ente spedizione navale riuscirà a porre fine alle scorrerie nordafricane sulle coste liguri, attaccando direttamente Tripoli di Libia, l' ultimo covo dei pirati.

Casalino Pierluigi 

La teoria della luce di Avicenna in Dante

 


L' influenza della teoria della luce di Ibn Sina (l'Avicenna dei latini) è un tema che si inserisce nel più ampio contesto del rapporto tra la cultura filosofica araba e la produzione letteraria e filosofica medievale europea, in particolare quella di Dante Alighieri. Ibn Sina, non e medico persiano del XI secolo, elaborò una teoria della luce che non era solo fisica, ma anche metafisica e spirituale. La luce, per Ibn Sina, rappresentava un principio fondamentale che univa la realtà materiale e quella intellettuale, unendo aristotelismo e neoplatonismo in una sintesi originale. Questa concezione della luce come simbolo di conoscenza, verità e presenza divina ebbe una grande influenza sulla filosofia scolastica del XII secolo, che, a sua volta, influenzò la cultura europea medievale. Dante, che visse nel XIII e XIV secolo, fu profondamente influenzato dalla filosofia aristotelica e neoplatonica, trasmessa anche attraverso le opere di pensatori arabo-islamici  come Avicenna e Averroè(In Rushd). La teoria della luce di Avicenna si riflette nella Divina Commedia, soprattutto nella rappresentazione della luce come simbolo di Dio, della verità e della beatitudine. La luce eterna e divina che Dante descrive nel Paradiso ha radici concettuali che possono dunque essere ricondotte a questa corrente di pensiero filosofico.  In particolare, la luce in Dante non è solo un fenomeno fisico, ma un segno della presenza divina della conoscenza suprema e della salvezza: un' idea  dunque che rispecchia la visione avicenniana della luce come principio metafisico e spirituale. In altri termini la concezione di Avicenna è significativa per Dante soprattutto sul piano simbolico e filosofico: il Sommo Poeta ne fa un elemento centrale della sua poetica e della sua visione teologica che comprende anche la teoria delle anime. Non a caso Dante (già influenzato da Ibn Rush - come è influenzato suo malgrado lo stesso San Tommaso d'Aquino-per una gran parte del suo pensiero), riprende la teoria generale della luce di Avicenna per il quale la luce è simbolo e veicolo dell' intelletto e dell' anima, un principio che illumina la vita.

Casalino Pierluigi 


sabato 10 gennaio 2026

Casalino Pierluigi

 



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