mercoledì 23 novembre 2022

martedì 7 giugno 2022

 


Il tema delle reciproche influenze tra la lirica romanza e quelle arabo andaluse ed ebraico andaluse é oggetto da lunga data di analisi e di studi comparati. Se la poesia popolare amorosa composta infatti nelle lingue romanze e destinate al canto e alla danza ci parlano molte fonti cristiane dell'Alto Medioevo, tuttavia, di poesie così antiche in volgare sembrava non se ne fossero conservate. E invece un manoscritto con le omelie di Origene della Biblioteca di Wurzburg ce ne ha restituito un verso in lingua italiana. Si tratta di un frammento di canzone di donna in volgare che, oltre a rivelarsi il primo componimento poetico sin qui scritto nella lingua italiana, ci fa conoscere in versi i primi turbamenti amorosi di una giovane donna. Ella confessa alla madre i propri sentimenti in un contesto che fa richiamo all'antica lirica popolare romanza (chanson de femme) e si mostra il canto intonato da una ragazza innamorata, come si osservò più tardi nel filone rigoglioso delle cantigas de amigo galegoportoghese dei secoli XIII e XIV. A tale ipotesi sembrò dar corpo la scoperta,nel 1948, delle cosiddette khargiat ( in arabo uscite),cioè piccoli versi in volgare romanzo andaluso, spesso mescolato da forme arabe ed ebraiche ispaniche che chiudono alcuni componimenti strofici dettati nella loro lingua da poeti arabi ed ebrei di al-Andalus, cioè la Spagna islamica, anzi islamizzata. Le khargiat romanze, i cui più antichi esempi e modelli risalgono alla prima metà del XI secolo e dunque precedono non di poco le prime liriche trobadoriche, sono forme poetiche di evidente tonalità popolare, contraddistinte da semplicità di sentimento e immediatezza di espressione, da un soggetto femminile. Ci sono qui gli echi indiretti della figura femminile descritta e cantata da Ibn Hazm ne Il collare della colomba, dove, peraltro, l'animo femminile attraversato dall'amore viene quasi proposto con delicato timore. Riferendosi alla situazione iberica Menendez Pidal riconosceva nei tre generi

Casalino Pierluigi 

lunedì 25 aprile 2022

I disastri della guerra

 

Quando vediamo che il metropolita russo ortodosso Kirillin benedice la sciagurata guerra d'Ucraina nel solco di un atteggiamento che spesso tutte le religioni hanno adottato, sacralizzando i conflitti e venendo meno in tal modo all'originario messaggio di pace che è contenuto nei principi religiosi di base comuni a tutte le fedi, non è certo cosa edificante. Esaltare la guerra è pronunciare una bestemmia al pari di coloro che nel nome di Dio compiono azioni terroristiche. Erasmo da Rotterdam, grande intellettuale rinascimentale e cattolico tutto di un pezzo, definiva la guerra quanto di più forsennato e sventurato possa esistere. Entrambe le parti in lotta riceveranno più danni che vantaggi, mentre i governanti credono invece di trarre prestigio ed onori che sarebbe meglio trasformare in opere di prosperità e benessere per i loro sudditi. Papa Gregorio Magno diceva, d'altronde, che la sua cetra non cantava che lutti e sofferenze di fronte al dilagare delle violenze e delle rapine del suo tempo. Nessuno tuttavia più del poeta latino Orazio colse  nelle guerre il fondo di tanta miseria, rinnovando la condanna dei conflitti che il commediografo greco Aristofane stigmatizzava nella sua celebre "Lisistrata", descrivendo lo sciopero del sesso delle donne contro la violenza omicida dei loro mariti o addirittura il ricorso alle più raffinate arti di seduzione per eccitare i mariti al fine di distrarli dai pensieri di guerra.
Casalino Pierluigi 

mercoledì 13 aprile 2022

Laigueglia"s scholar Casalino Pierluigi is also on the Web

La guerra e il suo doppio.

 Da circa 5 mila anni, da quando la scrittura iniziò a registrare i fatti, gli uomini intraprendono delle guerre. Non riescono a smettere come ci dimostrano ancora gli attuali conflitti,  soprattutto quello ucraino che si combatte di nuovo sul Vecchio Continente. Se facessino una raccolta di testi greci e latini in proposito  potremmo spiegarci cos'era la guerra nel mondo classico greco latino.  Da Licurgo ad Aristotele, da Cesare a Plutarco, da Tito Livio a Erodoto si ritrovano brani di opere che parlano degli orrori o dei conflitti intestini, del desiderio di pace o di lotte civili. Non mancano testimonianze sui riti e la sacralità delle guerre o sul fatto che in esse, come ci ricorda Polibio, tutti i colpi sono permessi. Del resto Tito Livio scrive : "La guerra nutre se stessa". Analoghe considerazioni fa Kautilya, l'antico teorico e politologo indù, nel suo Arthasastra, modello di spietato realismo politico. 

Casalino Pierluigi